Storia dello Zafferano in Sardegna p.1

In una poesia il primo riferimento allo zafferano in Sardegna

Gli studiosi tendono ad identificare nel sud della Cilicia l’habitat originario dello Zafferano. Da allora molti popoli lo coltivarono: i Sumeri, Babilonesi, gli Assiri, i Persiani; poi nella Grecia classica, gli Ebrei ed infine i Fenici, ai quali viene riconosciuto un ruolo importante per la sua diffusione nel mediterraneo ed anche in Sardegna tra il IX e l’VIII secolo a.C.

In seguito lo zafferano entrò a far parte della cultura, non solo gastronomica, dei Romani, i quali ne favorirono la diffusione nelle altre regioni d’Europa sottoposte al loro dominio; c fu allora, nell’età imperiale, che la droga accentuò fortemente il suo carattere di bene di lusso assumendo la funzione di vero e proprio status symbol. Era impiegato per profumare le scene dci teatri, e per irrorare i sontuosi ambienti delle dimore signorili, l’acqua dei bagni ed i divani delle sale da pranzo che ospitavano le riunioni conviviali. Contemporaneamente esso era considerato pregevole per la bellezza ed il fascino discreto del fiore, e come tale coltivato nei giardini.

Ed è quest’ultima sua peculiarità che risalta nei delicati versi che seguono, consacrati da Cassio Filippo nel I secolo d. C. alla memoria della consorte Attilia Pomptilia ed incisi in lingua greca sulla tomba di lei nella Grotta della Vipera a Cagliari.

In sardo-campidanese essi suonano all’incirca così:

Potzant is pruìnis tùus o Pomptilia
de rosu fecundà us
A lillus essi’ furriàus
I a coma birdi a ubì scabiddit sa rosa
E nodìu si fatzat su tzaffaranu profumau
E s’amar an tu chi no morrit
Potzas tui a is ogus nostus
torrai frori de berànu
po chi, simbili a Narcisu,
sias-t-in eternu lastimàu.
Traghit su nomini tùu
unu frori a is erentzias benidèrass.

Possano le tue ceneri o Pomptilia
fecondate dalla rugiada
essere trasformate in gigli
ed in verdi fronde ove sbocci la rosa
e splenda lo zafferano profumato
e l’amaranto che non muore
Possa tu diventare ai nostri occhi
il fiore della primavera
affinché al pari di Narciso,
tu sia oggetto di lacrime in eterno.
Un fiore trasmetta il tuo nome
alle venture generazioni.

Nel doloroso rimpianto che tutta l’attraversa, specie laddove Filippo vorrebbe vedere eternato il ricordo di Pomptilia nel ciclico rifiorire della natura, la poesia evoca il mito greco sull’origine dello zafferano, quello cioè dello sfortunato amore di Croco per la ninfa Smilace e riveste nel contempo anche un preciso valore storico in quanto costituisce, a tutt’oggi, la prima significativa testimonianza sullo zafferano in Sardegna.

La leggenda, che il poeta latino Ovidio duemila anni fa riprese dalla tradizione mitologica dell’antica Grecia, narra dell’amore appassionato e ad un tempo innocente del giovane Croco per la ninfa Smilace. Mercurio, he fu la causa involontaria della morte dell’amico Croco, volendo riparare fece in modo che il sangue che defluiva dalla testa ferita di quest’ultimo si tramutasse nel fiore dello zafferano, rendendone così eterna la memoria. E la stessa Smilace venne poi trasformata dagli Dei nella pianta del tasso.

Continua…